Testi di Mario Luzi

 

Mario Luzi in un ritratto di Mario FrancesconiAlla vita

Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.

Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che procede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d’aspettare l’avvenire.

Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.

Mario Luzi
(da La barca, 1935)

Avorio

Parla il cipresso equinoziale, oscuro
e montuoso esulta il capriolo,
dentro le fonti rosse le criniere
dai baci adagio lavan le cavalle.
Giù da foreste vaporose immensi
alle eccelse città battono i fiumi
lungamente, si muovono in un sogno
affettuose vele verso Olimpia.
Correranno le intense vie d’Oriente
ventilate fanciulle e dai mercati
salmastri guarderanno ilari il mondo.
Ma dove attingerò io la mia vita
ora che il tremebondo amore è morto?
Violavano le rose l’orizzonte,
esitanti città stavano in cielo
asperse di giardini tormentosi,
la sua voce nell’aria era una roccia
deserta e incolmabile di fiori.

Mario Luzi
(da Avvento notturno, 1940)

Notizie a Giuseppina dopo tanti anni

Che speri, che ti riprometti, amica,
se torni per così cupo viaggio
fin qua dove nel sole le burrasche
hanno una voce altissima abbrunata,
di gelsomino odorano e di frane?

Mi trovo qui a questa età che sai,
né giovane né vecchio, attendo, guardo
questa vicissitudine sospesa;
non so più quel che volli o mi fu imposto,
entri nei miei pensieri e n’esci illesa.

Tutto l’altro che deve essere è ancora,
il fiume scorre, la campagna varia,
grandina, spiove, qualche cane latra,
esce la luna, niente si riscuote,
niente dal lungo sonno avventuroso.

Mario Luzi
(da Primizie del deserto, 1952)

Nell’imminenza dei quarant’anni

Il pensiero m’insegue in questo borgo
cupo ove corre un vento d’altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.

Sono tra poco quarant’anni d’ansia,
d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide
com’è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L’albero di dolore scuote i rami…

Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l’opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d’incontri effimeri e di perdite
o d’amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.

E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l’eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.

Mario Luzi
(da Onore del vero, 1957)

Dalla torre

Questa terra grigia lisciata dal vento nei suoi dossi
nella sua ressa d’armento sotto i gioghi
e i contrafforti dell’interno, vista
nel capogiro degli spalti, fila
luce, fila anni luce misteriosi,
fila un solo destino in molte guise,
dice: ”guardami sono la tua stella”
e in quell’attimo punge più profonda
il cuore la spina della vita.
Questa terra toscana brulla e tersa
ove corre il pensiero di chi resta
o cresciuto da lei se ne allontana.

Tutti i miei più che quarant’anni sciamano
fuori del loro nido d’ape. Cercano
qui più che altrove il loro cibo, chiedono
di noi, di voi murati nella crosta
di questo corpo luminoso. E seguita,
seguita a pullulare morte e vita
tenera e ostile, chiara e inconoscibile.

Tanto afferra l’occhio da questa torre di vedetta.

Mario Luzi
(da Dal fondo delle campagne, 1965)

Muore ignominiosamente la repubblica

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

Mario Luzi
(da Al fuoco della controversia, 1978)

Atelier di Venturino

L’esserci, il primo
e più nudo dei misteri – gli chiedo
delirando il come,
gli chiedo il perché. Si sposta
verso il profilo
della sua incarnazione lui, scompare
sotto flutti d’oscurità.
Umilmente
se no,
all’altro capo dello stesso enigma
lui nel bulbo del sonno
si prepara, lui sente
già alta sulle dune
la stella puntata sulla sua natività. E stupisce,
stupisce di questo –
Pensieri
che ho avvertito, vibranti
nell’aria, svegli
tra la pietra intatta
e quella già formata. O atelier.

Mario Luzi
(da Al fuoco della controversia, 1978)

Acciambellato in quella sconcia stiva

Acciambellato in quella sconcia stiva,
crivellato da quei colpi,
è lui, il capo di cinque governi,
punto fisso o stratega di almeno dieci altri,
la mente fina, il maestro
sottile
di metodica pazienza, esempio
vero di essa
anche spiritualmente: lui –
come negarlo? – quell’abbiosciato
sacco di già oscura carne
fuori da ogni possibile rispondenza
col suo passato
e con i suoi disegni, fuori atrocemente –
o ben dentro l’occhio
di una qualche silenziosa lungimiranza – quale?
non lascia tempo di avvistarla
la superinseguita gibigianna.

Mario Luzi
(da Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985)

Vola alta, parola, cresci in profondità

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo sii
luce, non disabitata trasparenza…

La cosa e la sua anima?  O la mia e la sua sofferenza?

Mario Luzi
(da Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985)

Essere rondine

Sgorgano
l’una dall’altra
esse, traboccano
fuori dal loro primo caldo gruppo, l’ una
dopo l’ altra, disfano
le loro rapide pattuglie
sbandando sotto la loro impavida veemenza
ed eccole si lanciano,
nero zampillo ricadente,
su, alte nell’ aria, ma poco –
è solo
un primo assaggio
quello, un primo guizzo
di compressa fiamma
poi allungano
ciascuna più in alto – ciascuna
più, vorrebbe – il loro getto
ma non oltre il perimetro
del loro aereo campo,
non oltre il dominio della loro forza
e toccato quel limite rientrano
planando ad alta quota,
impetuosamente si rituffano
nella conca di quella
inesauribile fontana.

C’è pena
o c’è felicità in quel fervere
o in quell’ affannarsi?
che c’è in quel vorticare
della vita dentro i suoi recinti?
Sono libere
quelle anime
ma libere di muoversi
a un ritmo segnato…
che dice la molle ricaduta
che cosa la razzante ascesa
e la frenetica frecciata –
si occulta spesso,
talora si lascia leggere
un pensiero
scritto in ogni parte
in ogni parte operante.
Lo esprimono
forse esse, lo gridano con strazio ed ebrietà,
ne infuriano –
è questo il loro essere rondini,
in quella irrequietudine è la loro pace.

Mario Luzi
(da Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985)

I Magi

Non ha volto, si cela
dentro sé il tempo –
così ci confonde
esso, ci gioca
con i suoi inganni –
a volte
duramente,
duramente ci disorienta.

Ed ecco, in un frangente
prima non osservato
o in uno
sorpassato
dal flusso
e dimenticato
o in altro ancora
rimasto
oscuro dietro le dune,
qua o là,
qua o là, seme sepolto
in terra molto arida
e molto pesticciata,
potrebbe all’improvviso
il futuro disserrarsi
in luci, sfavillare il tempo
dove? da una qualsiasi parte.

Andavano cauti loro, i Magi,
occhiuto era il viaggio
in avanti
o a ritroso? procedendo
o tornando
ai luoghi
d’un’ignota profezia?
Sapevano e non sapevano
da sempre la doppiezza del cammino.
L’avvenire o l’avvenuto…
dove stava il punto?
e il segno?
da dove era possibile il richiamo?
Non è ricaduta
inerte nel passato
e neppure regressione
nel guscio delle cose già sapute
questo
ritorno della strada
spesso
su se medesima,
ma nuova
conoscenza, forse,
ed illuminazione
di un bene avuto e non ancora inteso –
dice
uno di loro
e gli altri lo comprendono
sì e no, ma sanno
ed ignorano all’unisono…
e proseguono
insieme,
vanno e vengono
insieme nel va e vieni del viaggio.

Mario Luzi 
(da Frasi e incisi di un canto salutare, 1990)

I pastori

E ora dove avrebbero
brucato quelle abbacinate pecore?
dove le spingevano i montoni?
Non c’era
erba a quella altitudine.
Ce n’era
assai più in basso
ma lì non ne volevano, era pesta
e attossicata
erba quella,
ormai
desideravano altro.
E loro erano fatti tutti profeti e angeli,
di che? – non lo sapevano –
imminente?
accaduto già?
Così
li aveva fatti
ben dentro il plasma umano
flagrando
quella profetizzata
e temuta natività
che essi vedevano e adoravano
perduti
nella raggiante oscurità.

Mario Luzi
(da Frasi e incisi di un canto salutare, 1990)

Le donne di Bagdad

Diruti gli acquedotti, saltati i cavi elettrici,
inattivi gli impianti di depurazione,
eccole, le abbiamo viste per pochi attimi,
ma viste
indelebilmente sullo schermo,
seppur semicelate dai loro panni e cenci
e chadors e pezzuole variopinte,
le donne di Bagdad con secchi, bacinelle e taniche
entrare nei ristagni della torpida corrente,
chiedere a un Tigri torbo e malvoglioso
acqua per la loro incertissima giornata…
L’estrema deiezione della creatura umana
non ha tempo. Poteva
essere mille anni fa o tremila.
La causa, neppure quella, muta.
Il fiume sotto i suoi crollati ponti
potrebbe, esso, attestarlo.
Nulla cambia nella fortuna umana –
barbugliano, si sente,
le acque grevi e impastate di rovine.
Nulla cambia – davvero nulla cambia?
Allora perché questa rivolta? Del sangue, dell’intelligenza
come per empietà? Nell’ordine
antico, è nel previsto
ritmo dei suoi effimeri sussulti
essa pure? Arcaica al pari della guerra
che sfoggia il paradosso dei suoi avveniristici strumenti?
Davvero nulla cambia? Nulla si redime?
Vanno e vengono nelle loro tuniche
gonfie di vento, intrise d’acqua, loro
donne di Bagdad al fiume benefico e insidioso.
La morte è la sola maestà
che non vien meno. E sola
ci assicura della sacrosanta vita…

Mario Luzi
(1992, da Sia detto, in L’opera poetica)

Dove mi porti, mia arte?

Dove mi porti, mia arte?
in che remoto
deserto territorio
a un tratto mi sbalestri?

In che paradiso di salute,
di luce e libertà,
arte, per incantesimo mi scorti?

Mia? non é mia questa arte,
la pratico, la affino,
le apro le riserve
umane di dolore,
divine me ne appresta
lei di ardore
e di contemplazione
nei cieli in cui m’inoltro…

Oh mia indecifrabile conditio
mia insostenibile incarnazione!

Mario Luzi
(da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, 1994)

Un attimo

Un attimo
di universa compresenza,
di totale evidenza –
entrano le cose
nel pensiero che le pensa, entrano
nel nome che le nomina,
sfolgora la miracolosa coincidenza.
In quell’attimo
– oro e lapislazzulo –
aiutami, Maria, t’inciderò
per la tua gloria,
per la gloria del cielo. Così sia.

Mario Luzi
(da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, 1994)

Rimani dove sei, ti prego

Rimani dove sei, ti prego,
così come ti vedo,
non ritirarti da quella tua immagine,
non inviolarti ai fermi
lineamenti che ti ho dato
io, solo per obbedienza.
Non lasciare deserti i miei giardini
d’azzurro, di turchese
d’oro, di variopinte lacche
dove ti sei insediata
e offerta alla pittura
e all’adorazione
non farne una derelitta plaga,
primavera da cui manchi
mancando così l’anima
il fuoco, lo spirito del mondo.
Non fare che la mia opera
ricada su se medesima,
diventi vaniloquio, colpa.

Mario Luzi
(da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, 1994)

Monologo di Pontormo

Vorrebbero dunque io fossi come loro,
e invece no, non mi riesce e neanche lo voglio.
Il Bronzino, buon figliolo, qualche volta
mi riporta i discorsi; di rado, per non farmi stizzire,
perché è riguardoso e mi vuol bene;
ma di quando in quando ci ritorna su quelle dicerie:
che io mi perdo
in mille stranezze e bizzarrie
e che trascuro il mio lavoro.
Stupidi! Che stranezze, che bizzarrie!
Non perdo il filo io, ma loro non lo vedono,
il loro, neanche più. Sono accecati
dalla loro professione, alcuni; e resi ottusi altri dal guadagno.
A me piace la festa, talora vi sono trascinato,
mi infervoro, mi entusiasmo,
mi ubriaco un po’. Chi non m’ha veduto?
Ma poi mi viene la malinconia. Da dove non lo so.
Non so proprio spiegarmelo quel tetro
umore che mi prende, quell’atramento:
dalla nascita? dai morti? Beati
coloro che non la conoscono
perché allora non si vive e tanto meno si lavora…
o il lavoro se si fa sembra lo faccia un altro
e non ti dà né gioia né satisfazione.

Ci vuole una frustata allora,
come a dire un insolito risveglio.
Allora pare tutto nuovo, la vita e anche il proponimento,
l’opera è da cominciare, comincia di nuovo la magia…
ma quante volte accade? La vita è lunga… più lunga dell’arte.
O forse no, è l’arte che non finisce mai
Se la pascoli a dovere e tu sei breve… breve, breve.

Mario Luzi
(da Felicità turbate, 1995)

Dopo la curva

Dopo la curva,
finito
in dirittura
il trepidante giro
vede il fiume con sorpresa
farsi prossima la fine
del suo alveo,
del suo proseguimento,
venirgli incontro
l’aria della foce
eppure non si perde
la sua lena, respira e si ravviva
d’acque reflue
azzurre, già marine
il suo incipiente agonizzare
tra i salici, le canne, il folto
tappeto d’erbe di palude.
Scintilla qua e là, s’incendia
verso la linea del mare
la poca corrente che discende.
Addio, chilometri di corso,
di pazienza, d’ira,
di estasi tra gli argini
nei campi, sotto i ponti.
Prendimi, mare aperto, annullami,
ma restituiscimi alle origini,
riportami alla roccia, alla sorgente…
Questo spende nell’ambiguo alone,
mi affascina, mi confonde…

Mario Luzi
(da Sotto specie umana, 1999)

Padre mio

Padre mio, mi sono affezionato alla terra
quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra.
Io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.
È solo una stazione per il figlio Tuo la terra
ma ora mi addolora lasciarla
e perfino questi uomini e le loro occupazioni,
le loro case e i loro ricoveri
mi dà pena doverli abbandonare.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni
ma neppure un istante mi sono allontanato da te.
Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
o avessi dimenticato di essere stato.
La vita sulla terra è dolorosa,
ma è anche gioiosa: mi sovvengono
i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.
Mancano oggi qui su questo poggio
che chiamano Calvario.
Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
Sono stato troppo uomo tra gli uomini
oppure troppo poco?
Il terrestre l’ho fatto troppo mio
o l’ho rifuggito?
La nostalgia di te è stata continua e forte,
tra non molto saremo ricongiunti
nella sede eterna.

Mario Luzi
(da La Passione, 1999)

Da “Opus florentinum”

Come un prato di margherite
vede San Giovanni
intorno a sé San Zanobi,
San Lorenzo, Santa Liberata
successivamente fiorite,
vede presso di sé sul prato,
levarsi quella gran mole,
vede il cantiere, le travi, i marmi,
— Arnolfo, non elevare
tanto in alto
le tue navate,
la fede sale al cielo,
da sola, con le sue ali.
— Sì, ma questa basilica
ha uno slancio eccezionale,
risponde al tuo valore.
Sarà posto sulla sua fronte
il fiore pontificale…

La città che le gira tutta intorno,
i suoi traffici, i suoi affari,
le sue cupidigie e tentazioni
di potenza e di godurie,
i suoi opifici, i suoi mestieri —
ho paura che la città terrena soverchi l’altra
nella nostra mente
la offuschi,
la cancelli dalla cima
dei nostri poveri pensieri —
così meditano talora
i canonici su se medesimi
specchiandosi nei loro simili
durante le pause silenziose
del solenne capitolo.
Ma «uomini di poca fede»
qualcuno di loro li riscuote
da quell’avvilimento.
Risale su dal fondo
di carità — e non poco li rimorde —
la suscitazione insonne
del Cristo, e allora si ravvedono
e riprendono in opere
o preghiere quel tempo
di smarrimento.
«No,
la città non è blasfema,
le sue operazioni
di vita e di prosperità
non sono empie.
L’empietà
è perfidia
d’intenti. Essa non manca,
è vero, ma non è la regola».

Mario Luzi
(da Opus florentinum, 2000)

Ab inferis

Più volte nell’esistenza
aveva emesso la condanna a morte
la vita stessa – che poi continuava
subdola e sorprendente.

La vita stessa
con sue aguzze pene e deserte sofferenze
mi aveva spesso condannato a morte.
Ma un giorno incredibilmente
ebbero altri su di lei potere e norma.

La sentenza emanò da un orifizio
tristo, posto in una trista faccia
sotto il naso, sopra il mento e il pizzo.
A fatica riusciva a essere un volto
quella raggrinzita carne.
La parola morte, lei sola, rantolò nel mio timpano assordito.
Non ebbi chiaro allora dove fosse caduto quel macigno.
Era immane, aveva colpito solo un punto
o tutto l’universo? Ci volle molto tempo
perché affannosamente rinvenuto
da un primo bruto totale annientamento
a stento, con mortale angoscia divenissi conscio
che io, io solo, ero quel punto.

Su di me,
parvo frangente, briciola oscura del creato
era calato il colpo, era sceso quel fendente.
Mi sbalordiva enormemente quella inumana dismisura.
Su me quella violenza, su me l’iniquità
del caos irriducibile e perverso su me la mostruosa
cecità del caso aveva appuntato il suo furore.
Su me si consumava, perché?,
una vendetta primordiale, accesa
ab origine del mondo
trovava me sua vittima espiatoria
la contesa capitale: e aveva nella pagina
d’un molto bistrattato tomo il suo carnefice banale.
Che oscura crudeltà, che arbitrio si abbatteva sul mio cranio!
Così erano (stupite!) ridotti a tacere
la colpa, l’innocenza, e altri dilemmi della mia coscienza.
Chi ero io? Aveva il Figlio
dell’uomo, gradino su gradino,
con me salito l’abissale scala
e portato questa croce.
O quel pensiero mi restituì
al mio male, mi rifece uomo
crocifisso ai suoi rimorsi.
Non fu la mia solamente un’atroce imitazione
ma un grido ammutolito, una protesta
del cuore umano bruciato dal peccato e dal dolore.
Ma non fu disuguale la fede nella resurrezione.

Amen.

Mario Luzi
(2000)

11 settembre

Dimettete la vostra alterigia
sorelle di opulenza
gemelle di dominanza,
cessate di torreggiare
nel lutto e nel compianto
dopo il crollo e la voragine,
dopo lo scempio.
Vi ha una fede sanguinosa
in un attimo
ridotte a niente.
Sia umile e dolente,
non sia furibondo
lo strazio dell’ecatombe.

Si sono mescolati
in quella frenesia di morte
dell’estremo affronto i sangui,
l’arabo, l’ebreo,
il cristiano, l’indio.
E ora vi richiamerà
qualcuno ai vostri fasti.
Risorgete, risorgete,
non più torri, ma steli,
gigli di preghiera.
Avvenga per desiderio
di pace. Di pace vera.

Mario Luzi
(2001)

Delle segrete, silenziose lacrime

Quei vasi di lacrime
dove li ha versati
il tempo
in quali acque
o arie li ha svuotati
o asciugati del loro
temporale ingombro?
Sì, rode le sue opere
si nutre
delle sue macerie, sbriciola
ogni moto del cuore che fa nascere
il tempo,
dove sono quelle pene
e quelle gioie
oltre che nella loro perdita?
Nel nulla no, nel più profondo essere.

Mario Luzi
(2003)

Il termine

Il termine, la vetta
di quella scoscesa serpentina
ecco, si approssimava,
ormai era vicina,
ne davano un chiaro avvertimento
i magri rimasugli
di una tappa pellegrina
su alla celestiale cima.
Poco sopra
alla vista
che spazio si sarebbe aperto
dal culmine raggiunto…
immaginarlo
già era beatitudine
concessa
più che al suo desiderio, al suo tormento.
Sì, l’immensità, la luce,
ma quiete vera ci sarebbe stata?
Lì avrebbe la sua impresa
avuto il luminoso assolvimento
da se stessa nella trasparente spera
o nasceva una nuova impossibile scalata…
Questo temeva, questo desiderava.

Mario Luzi
(da Lasciami, non trattenermi, 2009)