“Nell’imminenza dei quarant’anni”

di Elena Gori

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È il 1954 e Mario Luzi, pochi giorni prima del suo quarantesimo compleanno, si trova a Viterbo dove come insegnante è commissario per la sessione autunnale degli esami di maturità in una scuola. La solitudine del luogo, immerso nella campagna pervasa dal vento, e l’imminenza del proprio compleanno costituiscono per il poeta l’occasione di un improrogabile bilancio della vita trascorsa.

La memoria ritorna allora ai propri cari, che ormai la morte con un violento “strappo” ha portato con sé, a “incontri effimeri” e a persone amate perdute nel flusso del tempo. Il bilancio provoca una scossa lacerante nell’animo del poeta, che non può fare a meno di interrogarsi sul senso di tali incontri e sulla ragione di quei legami affettivi instaurati lungo il suo percorso esistenziale e poi dileguati in incolmabile assenza.  La conclusione a cui Luzi cristianamente perviene è che in realtà niente “fu vano”. In un suo abbozzo in prosa di poco precedente alla poesia ispirata da queste stesse riflessioni, si legge infatti: “Soffrire e gioire non era senza senso, ma credevi, il senso era questo… Detto questo posso incamminarmi in questa eterna compresenza del tutto, sapendo che anch’io ho la mia strada non diversa dagli altri e il senso è in questa strada stessa, nell’essere, nel divenire che è l’essere stesso, è nelle cose come sono e mutano. Non cercare lontano quello che è vicino”. Di qui ai versi di Nell’imminenza dei quarant’anni il passo è breve.

La lirica, pubblicata per la prima volta in «Officina» nel dicembre 1955 e poi confluita nel volume Onore del vero (1957), è costituita da endecasillabi raccolti in strofe di varia misura. Si apre con l’immagine ad inizio di verso di quello che è in fondo il reale protagonista della poesia, ovvero di un “pensiero” fisso (v. 1)  che insegue lo scrittore nel suo peregrinare per il borgo viterbese, in balia del forte “vento d’altipiano” (v. 2). Proprio la corsa del vento fa spaziare lo sguardo del lettore per la vastità della campagna finchè, poi, il volo a picco di un rondone conduce fino al lontano profilo dei monti.

Un tono gelido e funesto sembra accomunare e far procedere in un’eguale direzione l’incalzare del pensiero e il “tuffo” del volatile (v. 3). A rafforzare questa impressione concorre l’attributo “cupo”, (v. 2)  riferito a “borgo” (v. 1). Ma questa coppia sostantivo-aggettivo, dando luogo al primo dei due enjambement della strofa iniziale, produce anche un altro effetto: crea una continuità fra la fine del primo verso e l’inizio del secondo, dando così l’idea che il dinamico incedere del pensiero e del vento non conoscano alcun ostacolo nel loro moto. Funzione ben diversa ha l’enjambement che immediatamente segue: in questo caso la fine del verso stabilisce una cesura netta fra l’aggettivo e il sostantivo così da mostrarci con perfetta icasticità l’attimo in cui il “filo / sottile” dei monti viene tagliato dal rondone.

Nella seconda strofa si chiarisce in che cosa consista il pensiero di cui l’autore non si libera: i suoi quarant’anni sono stati un avvicendarsi di ansie ed allegrie: un’alternanza paragonata, con una bella similitudine, al repentino succedersi nel cielo di marzo di “luce e pioggia” (v. 8). Luzi sente che è giunto il momento di comprendere se è possibile dare un significato a ciò che di per sé pare assurdo e insensato, e dunque all’insopportabile lacerazione che la morte dei propri cari provoca, all’improvvisa interruzione di abitudini antiche come rituali. Ecco che allora il poeta ricorre ad una efficacissima metafora: il riportare in superficie ricordi ormai sopiti è un atto non meno doloroso del violento scuotimento dei rami in un albero.

Nella terza strofa Luzi comincia a raccogliere i frutti di questo suo bilancio e capisce, grazie anche alla sua fede in Dio, che tanto dolore non è stato inutile: ripensando alle persone amate e da lui smarrite tra le vie del mondo, capisce che proprio grazie alle esperienze con loro condivise ha potuto finalmente fare chiarezza nella propria anima.

La strofa finale ci pone di fronte ad un uomo ormai in grado di procedere con acquisita sicurezza: Luzi ha finalmente compreso che la sua fiamma, simbolo del suo esistere, si ricongiungerà, alla fine dei giorni a lui restanti, al fuoco di Dio, all’essenza che in sé tutto comprende.

Elena Gori